westResidenza digitale

Kaspar Machine

a cura di
Amalgama

Progetto vincitore della I edizione di Residenza Poietica
A cura di Gabriele Stera, Martina Stella e Zoé Fouquoire

 

Oggi più che mai, in un mondo che sempre più barricato e codificato, abbiamo bisogno di
aprire spazi di interferenza, in cui esplorare le nostre sensibilità, in cui mettere le nostre
armi (le nostre arti) alla prova di un territorio comune.

Kaspar Machine
Kaspar Machine
Kaspar Machine
Kaspar Machine
Kaspar Machine
Kaspar Machine
Kaspar Machine Performance
Kaspar Machine Performance

Introduzione

Kaspar-machine è un progetto di ricerca artistica intermediale: una collaborazione tra poesia, arte sonora, disegno, videoproiezione e teatro. Partendo dal mito dell’enfant sauvage, si propone di esplorare la soglia tra selvaggio e tecnologico nella nostra contemporaneità.

L’enfant sauvage è una soglia, tra il selvaggio e il civilizzato, tra natura e cultura, urlo e linguaggio codificato, tra espressione e messaggio. Lo si può incontrare negli interstizi, negli spazi liminali: alla frontiera che separa la foresta dalla città, la voce dall’alfabeto, il disegno dalla scrittura, il corpo disorganizzato dall’apparato gestuale. Sulla soglia due universi si allacciano senza risolversi pienamente l’uno nell’altro: il primo contatto è un invito all’incontro, e l’incontro si racconta.

Il progetto

Oggi più che mai, in un mondo che sempre più barricato e codificato, abbiamo bisogno di aprire spazi di interferenza, in cui esplorare le nostre sensibilità, in cui mettere le nostre armi (le nostre arti) alla prova di un territorio comune. E questo territorio è quello del limite, della soglia che congiunge i linguaggi e le forze in gioco, un territorio che dobbiamo scoprire e rivendicare, perché, a ben vedere, è forse l’unica soluzione per fare un’arte che non sia imballata fin dal principio nei suoi stessi codici, incapace di sfuggirsi e di ritrovare la sua dimensione collettiva. A quest’idea dell’arte a compartimenti stagni noi vogliamo rispondere con una chimera, una macchina selvaggia. Crediamo che la poesia dovrebbe rivendicare costantemente la sua natura ibrida, negare il paradosso che l’ha costretta su carta e diventare voce, negare la macchina tipografica e rifarsi linguaggio visivo, proiezione, spazio d’azione e di ricerca. La poesia è quel marchingegno che ci permette di rimescolare i corpi, quel laboratorio dei linguaggi che reintroduce rumore e chiarezza al contempo nel pensiero. Per questo vorremmo realizzare questa macchina, celibe o nubile che sia, plurale desiderante e selvaggia, per riportare di nuovo la poesia al suo spazio e al suo tempo: cioè la soglia e l’adesso.

Condividi